LA SCOMMESSA DELLA DECRESCITA
Comincia così in maniera provocatoria (ma non solo provocatoria) la relazione di Serge Latouche, tenuta in occasione della conferenza del 15 febbraio nel salone degli affreschi dell’ ateneo barese (il che fa sperare che le sedi accademiche e di cultura in generale possano tornare a farsi luogo di diffusione e discussione di un pensiero divergente se non proprio “eretico” agli occhi dei potenti economici e dei politicanti).
“La scommessa della decrescita” è il titolo di uno dei più fortunati libri del professore francese (università di Paris-sud) che da anni si muove nell’ambito dell’antiutilitarismo de “La revue du Mauss” e considerato tra i maggiori teorici del pensiero della decrescita. Ricordare questo libro non è solo uno spunto all’approfondimento del tema ma un voler andare a mettere subito a fuoco il problema affrontato da Latouche, quel problema che dovrebbe interpellare tutte le coscienze che aspirano a un’ azione consapevole, responsabile e ispirata a criteri etici e non improntati a un cieco individualismo irrispettoso degli altri e del pianeta.
Subito dopo la sua affermazione coraggiosa, Latouche ne spiega il perché e illustra le connessioni tra la crisi economica, di cui tutti vedono gli effetti (raccontati dai guru della crescita senza limiti), e la scommessa della decrescita: la crisi può diventare l’ occasione di una trasformazione. Da una società come la nostra che vede (a destra quanto a “sinistra”) come obiettivo indiscutibile la crescita del PIL, dunque il ciclo “più produzione -più scambi mercantili e monetizzati -più consumi -più rifiuti”, dobbiamo passare a una società che sceglie volontariamente la decrescita come modello sociale e stile (personale) di vita.
La scelta è fondamentale nel suo discorso perché “non c’è niente di peggio di una società fondata sulla crescita senza crescita”; dobbiamo disintossicarci dall’ idea che la crescita economica sia portatrice di benessere (e non solo di ben-avere) oltre che estirpare i cancri materiali che questo modello genera (caos ambientale, esaurimento delle risorse, crescita di diseguaglianze tra Nord e Sud del mondo, aumento del divario tra straricchi e poveri … ).
L’attuale sistema di produzione capitalistico e consumistico si fonda su un’ idea di progresso secondo la quale la crescita della produzione di beni da consumare e gettare via porta un aumento del benessere, se non della felicità. I teorici della crescita sostengono inoltre che ampliando la “torta” del PIL, anche i poveri beneficiano dell’arricchimento dei capitalisti (circola più denaro, quindi possono consumare di più e stare meglio, l’ economia ha bisogno dei loro consumi per potersi riprodurre).
Questa idea non tiene conto di una serie di fattori che contribuiscono al benessere: la purezza dell’aria, la presenza di spazi verdi comuni, gli affetti, i beni “relazionali”,la soddisfazione dell’ autoproduzione, il tempo libero passato a leggere, riflettere … Questi sono beni non mercantili, che non fanno crescere il PIL (al contrario, se leggo un libro invece che fabbricare scarpe di marca, alla moda per questi tre mesi, non contribuisco alla crescita della produzione) tuttavia rappresentano ciò per cui vale la pena vivere.
Per confutare l’argomento dell’ arricchimento dei poveri basta l’ evidenza dell’ aumento delle disuguaglianze a livello planetario (il 20% della popolazione globale detiene l’ 80% delle risorse) e all’ interno degli stessi paesi industrializzati (da un 70% di “torta” ai lavoratori rispetto al capitale fino agli anni ’70 a un attuale 57% in Francia). Alla disparità di proprietà privata di beni tra ricchi e poveri va aggiunta la constatazione che una diminuzione dei beni comuni (che vengono privatizzati e inseriti nel circolo della produzione e della crescita) colpisce per primi proprio coloro che non avendo mezzi privati per sostentarsi ricorrono al patrimonio comune (se un bosco è comune i poveri possono raccogliere la legna secca per scaldarsi, se è privato devono trovare i soldi per pagarla o soffrire il freddo).
Il capitalismo è cresciuto distruggendo le economie locali (produzione e consumo nella stessa comunità), i saperi che tenevano le comunità legate e in armonia col proprio territorio, i legami sociali, il tempo libero dal lavoro (nonostante il più alto rendimento delle nuove tecnologie il tempo di lavoro per persona è aumentato negli USA di 204 ore all’ anno negli ultimi 30 anni)… e ha potuto farlo attraverso 3 dispositivi tanto attraenti quanto subdoli: il credito (ti presto a interesse in modo che sarai costretto a produrre più di quanto ti serve e di quanto ti ho dato per ripagarmi gli interessi); l’ obsolescenza programmata (si lanciano sul mercato prodotti già superati o facilmente invecchiabili in modo che si possano far comprare più prodotti simili, vedi le auto che si cambiano a un ritmo sempre più serrato); la pubblicità che come una vera e propria droga serve ad indurre bisogni dall’ esterno (la moda che fa cambiare guardaroba ad ogni stagione ne è forse l’ esempio più scandaloso).
Ma perché dovremmo cambiare modelli sociali e stili di vita riorientandoli verso una società della decrescita?
Ci sono diverse buone ragioni per farlo:
1)La società della crescita illimitata non ha fatto i conti con un pianeta dalle risorse finite;
2)Il capitalismo globalizzato ha prodotto differenze di ricchezze insopportabili per qualunque sensibilità ispirata da criteri etici e non economici;
3)Stiamo distruggendo la vita delle generazioni future della nostra e delle altre specie (scompaiono circa 200 specie al giorno);
4)Addirittura i paesi più avvantaggiati dalla crescita subiscono una diminuzione del benessere percepito (al Pil bisognerebbe sottrarre le spese derivanti dallo stress per il troppo lavoro, dai rimedi ai disastri ambientali, dall’inquinamento dell’ aria per i trasporti inutili…)
La lista potrebbe continuare e per molto, ma già si può essere ragionevolmente d’accordo con chi, come Latouche, sostiene che è necessario un cambiamento. Non bisogna decrescere per decrescere (come finora si è cresciuto solo per crescere), ma per far crescere la qualità dell’ aria, dei rapporti, dei boschi… Bisogna insomma reinventare la storia, e recuperare quella forza della Politica capace di uno slancio creativo, di immaginare una nuova società.
Il progetto politico della decrescita si articola attorno al circolo delle “8 R”:
1)Rivalutare: è necessario un cambiamento dei valori, dalla competizione, dalla corsa al far denaro, dall’uomo padrone della natura … dobbiamo passare a una società conviviale (che sa “stare insieme”, Illich), ad altre forme di ricchezza non mercificate (un buon parco, una bella città …), ad un uomo “giardiniere” della Terra.
2)Riconcettualizzare: abbiamo il bisogno di “decolonizzare il nostro immaginario” (il nostro modo di vedere e interpretare le cose) permeato di economicismo, e usare categorie diverse per pensare al mondo (povero non è sempre uguale a più infelice, crescita non è sempre meglio, non tutte le cose si possono comprare perché non tutte possono avere un prezzo …)
3)Ristrutturare: la grande sfida è uscire dall’attuale struttura materiale della società, il capitalismo. Dobbiamo riappropriarci dell’ economia per reinserirla nella vita, del denaro per renderlo facilitatore di scambi sociali e non carburante di un sistema cieco ai bisogni e alle ingiustizie (le monete locali come il SEL in Francia aiutano l’ immaginazione), dei mercati (locali, contrapposti al Mercato come logica) per farli tornare ad essere luoghi di incontro e di scambio sociale permeati dalla logica del dono e non luoghi di consumi indotti e anonimi (in soccorso possono venirci i mercati africani e qualche residuo presente anche nelle nostre città).
4)Ridistribuire: il Nord del mondo ha un debito ecologico nei confronti del sud, dobbiamo ridurre la nostra impronta ecologica (il nostro prelevamento di risorse e il nostro inquinamento) per permettere che il Sud possa raggiungere una condizione di vita decente consumando di più.
5)Rilocalizzare: rendere l’economia sempre più locale eliminando i trasporti inutili, ridare un senso al territorio armonizzando la presenza umana col resto dell’ ambiente.
6)Ridurre: i consumi, il “peso” della specie umana sul pianeta (in un sistema sostenibile ogni uomo dovrebbe consumare l’ equivalente del prodotto in materia e energia di 1,8 ettari di terra ; attualmente mediamente ne consuma 2,2, un italiano 4,5, un cittadino USA 9,6…), il tempo di lavoro pro capite per aumentare gli occupati, per guadagnare di più (contrariamente a quanto si potrebbe pensare abbassando l’ offerta di lavoro, il prezzo dello stesso sale) e per avere più tempo libero da dedicare all’ arte, alla politica…;
7)Riutilizzare: riparare gli oggetti contro la logica dell’obsolescenza programmata risparmiando materiali ed energia per nuove produzioni;
8)Riciclare: tutto ciò che non si può riparare deve essere scomposto e fungere da materia prima.
La decrescita, il porre limiti all’economia per disegnare una società più ecologica, autonoma e conviviale, è veramente una scommessa, come dice il titolo del libro di Latouche; ma è una scommessa necessaria, un imperativo che ci viene posto dalle condizioni dell’ecosistema, dal grido (di rabbia più che di richiesta di aiuto) del Sud del mondo e soprattutto da quel bisogno di giustizia -Giustizia senza limiti, come ci ricorda il titolo di un’altra opera dell’autore- che se pur nascosto, messo a tacere, ricoperto dalle illusioni e dalle lordure del denaro e del consumo, non smette di bruciare, di riscaldare il cuore e di infiammare di indignazione la testa di ogni uomo.
Giuseppe Sannicandro
Bibliografia:
Serge Latouche; La scommessa della decrescita, Feltrinelli 2007
Serge Latouche; Giustizia senza limiti. La sfida dell’etica in un’economia mondializzata, Bollati Boringhieri 2003.
Paolo Cacciari; Decrescita o barbarie, Carta 2008
Ivan Illich; Elogio della bicicletta, Bollati Boringhieri 2006
Consiglio, per chi volesse essere aggiornato sulle idee e soprattutto sulle pratiche della decrescita, il trimestrale “Il Consapevole” e i siti www.decrescita.it e www.decrescitafelice.it.


