Non uno di meno


non uno di meno

non uno di meno

di Francesco Brandi

“Chi è felice getti lo sguardo sui dolori altrui”
Euripide, Supplici

Questa riflessione trae spunto da un’esperienza vissuta da me insieme ad un gruppo di ragazzi scout durante la scorsa estate nella città di Palermo. E in effetti la distanza temporale che mi separa dall’evento mi permette ora di dire meno parole di quante ne avrei volute dire allora, ma forse più pesanti, persistenti, provate.

Per qualche giorno abbiamo condiviso il nostro tempo con una comunità di persone, laici e religiosi, che nella città di Palermo, appunto, hanno messo su un centro di accoglienza per disperati e senza fissa dimora. Entrando in una delle tre sedi della Missione di Speranza e Carità, quella di via Archirafi, si ha l’impressione di fare un tuffo nella miseria e nella sofferenza. Una splendida villa in stile primi novecento, recintata da alte mura, con un giardino al centro, adiacente un canile assordante, a quattro cinquecento metri dalla stazione centrale. Sotto il porticato dei letti disfatti, degli altri con sopra gente ammalata, anziani, adulti, solo uomini, di origini diverse, caratteri somatici evidentemente disparati. Il buongiorno ce lo dice un gruppo di anziani volontari, dallo spiccatissimo accento siciliano; possiamo raggiungere in cappella, se lo vogliamo, don Pino e gli altri per la messa. In caso contrario aspettare al’ingresso della cappella, sulle scale. Poi aggiungono: c’è anche Biagio.

Biagio è l’ideatore di tutto questo e ben altro ancora.

Avevo già saputo della sua personalità carismatica da una signora incontrata in traghetto qualche settimana prima la quale mi aveva detto che il frate aveva tutta Palermo in pugno. Non nel senso che state immaginando e che immaginai anch’io su due piedi, ma perché era la persona più autorevole e amata della città.

Poi in treno, durante il viaggio di andata, quanti ci chiedevano dove fossimo diretti, alla risposta Palermo, meccanicamente aggiungevano “da Biagio”.

Ma conoscerlo dal vivo è stato diverso.

Entrammo in cappella solo in due: gli altri aspettarono fuori per non disturbare.

È stata l’eucarestia più bella che ho vissuto negli ultimi anni.

Ero stordito dal sonno, dalla fatica, dal caldo, eppure. Per prima cosa mi sentii accolto. I sorrisi di ben venuto di chi ovviamente non mi conosceva, l’invito a farmi avanti, la stretta di mano al padrenostro, i baci e gli abbracci allo scambio della pace. E poi la voce tonante e un po’ cantilenante di fratel Biagio nel leggere la prima lettura, il suo stare in piedi appoggiato stentatamente a due bastoni, gli occhi spiritati tinti di un azzurro color del mare, il suo forte abbraccio e le parole di benvenuto sussurratemi nell’orecchio, la barba lunga e profumata di sapone  che contraddiceva la veste logora e pesante, un cagnolino placidamente accucciato ai piedi dell’altare.

La missione gestisce tre strutture non molto distanti tra loro. A parte quella di via Archirafi, che abbiamo conosciuto solo di passaggio, ce ne sono altre due. Una dove sono ospitate solo donne e un’altra uomini. È qui che ho personalmente sperimentato l’accoglienza e l’assistenza di cui la missione è capace. In uno spazio enorme, grande quanto una caserma, centinaia di materassi, senza letti, ad occupare ogni metro quadro possibile, e anche impossibile. Abbarbicati su montagne di macerie, resti di uno scavo, distesi lungo i corridoi esterni della struttura, spalmati sui ballatoi e sulle scale di sicurezza, stivati come sardine nelle stanze, ammucchiati nelle camerate, capannoni un tempo adibiti a fabbriche. Ogni materasso una persona. Non esiste spazio che non sia assegnato ad ospitare la vita di un uomo.

Anzi no. Apprendo dalla lettura di straforo di un quotidiano di propaganda che si tratta non già di uomini, ma di clandestini.

La loro vita è omogeneizzata in un metro quadro. Documenti di riconoscimento, fogli con indirizzi, effetti personali, abiti per ogni stagione e, a capo del materasso, come testata, una valigia. Tutto qui. Intrufolarmici, anche se solo per sostituire i vecchi materassi di spugna con altri nuovi in lattice, mi ha fatto uno strano effetto di invadenza. Come un ladro che si intrometta in una casa lasciata provvisoriamente sguarnita e forzata a dischiudere i suoi intimi segreti. Genti diverse venute da sud, accenti diversi, esotici, storie spezzate in attesa di convalida, volti non più anonimi a dare identità alla massa presunta informe che per giorni ha tentato il mare.

Tanti, tantissimi, centinaia, percepiti a migliaia. Mi sono sentito bianco e ricco e predatore. Ho incontrato ragazzi laureati in fuga da faide familiari, giovani ricercatori in contrasto coi governi delle università locali e perciò perseguitati, egregi signori costretti a reinventarsi sarti, muratori, meccanici, lavavetri. In una città spazzatura, dilaniata da anni di degradante malgoverno colluso, deturpata da un’urbanistica selvaggia, si esercita giorno per giorno l’impopolare pratica dell’accoglienza. Sine die.

Colpisce, tra l’altro, l’assoluta gratuità e semplicità del servizio offerto. Un ospizio modico, a costo zero, senza stringenti termini di scadenza, senza invadenti pressioni sul quando e il come della ripartenza per nuova destinazione. Agli ospiti vengono serviti due pasti completi al giorno, un minimo di assistenza sanitaria gratuita offerta da medici volontari e altri imprescindibili servizi: cose che lo stato italiano ufficialmente intende sopprimere e poi come penitenza confessionale demanda alla carità dei nuovi santi.

In pochi, come ben si può capire, giungono a Palermo per restarci. Ma lasciare questo sicuro seppur disagevole recinto non è facile. Pare una terra di mezzo, una zona franca entro la quale ricaricarsi di pazienza e speranza per poter ricominciare a lottare la battaglia dell’esistenza.

Ci si chiede perché a questo punto non pensare ad offrire a questi ospiti qualcosa di più. Perché non rendere il servizio più qualificato, perché non iniettare nei soggetti interessati una mentalità di autopromozione, un senso di responsabilità, di partecipazione all’impresa. Perché non coinvolgerli nei lavori interni alla struttura – e ce n’è bisogno! – oppure all’esterno, in maniera graduale, perché tollerare che alcuni, tanti, rimangano da mane a sera stirati sui letti a batter la fiacca, oppure dopo una giornata passata fuori a fare chissacchè ritornino alla base solo per prendere i pasti e senza neanche sentire il bisogno di versare un obolo.

Domande di chi vuol fare politica. Nobile.

Mi è parso invece che quel frate non voglia proprio fare politica.

Mi rispose che più volte si era riproposto di ridurre il numero degli ospiti per garantire un servizio più efficiente e dignitoso, ma alla prova dei fatti, ogniqualvolta alla sua porta bussava uno straniero, un ammalato, un barbone, un drogato, non era capace di tenerlo fuori. A costo di essere in troppi apre le porte a tutti. Non uno di meno.

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